Palazzo Fortuny

Palazzo Fortuny

AUTUNNO A PALAZZO FORTUNY. La Divina Marchesa. Arte e vita di Luisa Casati dalla Belle Époque agli Anni folli

Il Percorso di Visita

 

La mostra a Palazzo Fortuny si sviluppa negli ambienti della casa dell’artista che Luisa era solita frequentare,in un percorso che si fa denso di rimandi, evocativo di luoghi, personaggi ed emozioni.

Straordinaria appare la collezione di lavori e ritratti che le furono dedicati, o da lei commissionati, che in mostra rievocano, di volta volta, una delle tre “dimensioni” riconosciutegli da Robert de Montesquiou nei suoi sonetti – performer, icona della donna vamp e strega – ma anche la sua adesione alla causa del futurismo e la passione quasi istintiva per la fotografia: arte capace di immortalare l’attimo e l’esibizione più azzardata, trasformando la realtà in leggenda.

E’ del 1912 il ritratto della Casati che giunge dal Centre Pompidou, firmato da Léon Bakst, il costumista dei Ballets russes che a partire da quello stesso anno crea per la marchesa scenografici abiti per le feste più mondane. Una passione per i mascheramenti che ritroviamo nel ritratto con piume di pavone di Boldini del 1911-1913 (Roma, Gnam) e nelle due opere che ricordano l’interpretazione della Casati di Cesare Borgia (1925) e di un capo pellerossa (1927), realizzate a grandezza naturale da Alberto Martini, provenienti da una collezione francese.

La Divina aveva “stregato” anche l’artista veneto, “reclutato” quasi fosse un rinascimentale “pittore di corte, come dimostrano i carteggi svelati nell’occasione e il corposo nucleo di lavori di Martini in mostra, alcune delle quali inediti: ritratti in gondola o con pantera datati 1919-20, ritratti metaforici come la serie dedicata alle farfalle notturne del 1912-15 o quello come Euterpe del 1931. Nel percorso vi è anche il Tetiteatro: l’utopica scena martiniana che la Marchesa avrebbe voluto realizzare nel bacino di San Marco.

Le opere provenienti da collezioni inglesi e francesi di Alastair – il barone esteta amico di d’Annunzio – raccontano invece la dimensione di donna fatale, identificando la Casati con le immagini degli “idoli di perversità” allora di moda, da Messalina a Salomè, elaborati tra il 1914 e i 1919.

Ma è l’aspetto più “gotico” della Marchesa, la sua ossessione per l’occulto e le pratiche magiche, a emergere con forza in mostra: nel suo delicatissimo “doppio” in cera del 1908, eccezionale prestito del Vittoriale degli Italiani; nel ritratto di Romaine Brooks del 1920 di collezione privata francese, in cui la Casati compare come un notturno pipistrello; in quello da sabba di Ignazio Zuloaga (1923) proveniente da Zumaia o nel dipinto di Beltran-Masses del ‘29 dalla Fondazione Suñol di Barcellona), dove Luisa appare come un’Eva felice di avvolgersi tra le spire del diabolico serpente.

La sua chioma fiammeggiante – autentica  Musa – furoreggia nel dipinto del ‘19 di Augustus Edwin John proveniente dall’Art Gallery di Toronto; Epstein nel busto in bronzo del ’18 la ritrae con capelli da Medusa; Paolo Troubetzkoy la consegna ai posteri in un gesso del 1910-15 e un più tardo bronzo in cui appare con uno dei suoi levrieri. Straordinari sono il ritratto di Kees van Dongen, realizzato a Venezia durante un soggiorno del 1921 e proveniente dall’Art Museum di Milwaukee, e la scultura in legno dell’artista polacca Sarah Lipska del 1930, dal Musée di Poitiers.

Il Vate – il cui rapporto con la Marchesa rivive nelle lettere inedite o nelle fotografie di De Meyer e Man Ray rielaborate dalla stessa Casati e dedicate a d’Annunzio – è ricordato nei ritratti di Romaine Brooks dal Musée di Poitier o di Mario De Maria dalla Fondazione di Venezia; la città dei Dogi d’inizio Novecento rivive negli oli di Boldini; il conte Montesquiou – altro dandy di quegli anni la cui casa parigina fu acquistata dalla Casati – è presente grazie al bronzo di Troubetzky dal Musée d’Orsay, e Gilbert Clavel s’affaccia nel ritratto realizzato dall’amico Depero che, suo ospite ad Anacapri,incontrò la musa futurista proprio nell’isola dove la marchesa aveva affittato Villa San Michele, trasformandola nel suo ennesimo palcoscenico di trasgressione e stupore.

Occhi lenti di giaguaro che digerisce al sole la gabbia d’acciaio divorata” disse di lei Filippo Tommaso Marinetti nella dedica che fece inserire da Carrà nel proprio ritratto da donare alla Casati nel 1915. Il bellissimo dipinto, presentato nel 1912 alla prima mostra futurista segna appunto una tappa importante dell’avvicinamento ai futuristi, di cui la stupefacente signora, chiusa la relazione con D’Annunzio intorno al 1913, divenne sostenitrice, collezionista, mentore.

I mascheramenti festaioli diventavano ora un “unico costume esistenziale, una messinscena quotidiana creativa e moderna”: dalla Farfalla crepuscolare di Martini la Casati si trasforma in “una chimera moderna e futurista”.

Dalla collezione di Laura Biagiotti arriva in mostra un consistente gruppo di opere di Giacomo Balla. Delle diverse sculture di Boccioni, originariamente in collezione Casati, è in mostra Dinamismo di un cavallo in corsa + case del 1915, che – per un curioso gioco del destino – è oggi conservata in quella che fu la residenza veneziana della marchesa, il palazzo Venier dei Leoni poi comprato da Peggy Guggenheim.

In mostra, anche una “sintesi plastica” di Russolo del 1912, proveniente dal Musée de Grenoble, e un ritratto realizzato da Depero del 1917.

Il trasferimento a Parigi agli inizi degli anni Venti ne fece l’icona anche delle avanguardie.La foto scattata da Man Ray nella quale gli occhi della Casati sfocano e diventano sei, per un errore nello sviluppo della pellicola, colpì molto la nobildonna. Quella foto, che il pubblico potrà vedere a Venezia, fece il giro dell’Europa e divenne un’icona surrealista, contribuendo ad alimentare un mito che non cesserà neppure dopo la morte.

Un sogno che non si spegne, che ancora arde e ispira tantissimi artisti, attori, stilisti: la serie realizzata da T.J. Wilcox nel 2008, le intepretazioni di Giorgina Chapman e Tilda Swinton negli scatti di Peter Lindbergh e di Paolo Roversi, grandi artisti d’oggi chiamati a confrontarsi con il mito della Casati, come Anne-Karin Furunes, Filippo di Sambuy, Marco Agostinelli e Francesco Vezzoli che hanno realizzato nuove opere per l’occasione, e infine le memorabili collezioni a lei dedicate da John Galliano per Dior e Karl Lagerfeld.

Anni di sperperi l’avevano ridotta sul lastrico, costretta a perdere ogni suo bene. Gli scatti “rubati” da Cecil Beaton negli anni della city – autore anche dei ritratti di Marisa Berenson nelle vesti della Casati, realizzati nel 1971 e prestati dalla National Gallery of Portrait di Londra – mostrano una Luisa ormai segnata dal tempo e dalle difficoltà ma sempre artefice consapevole del proprio immaginario.