La sede e la storia
Palazzo Pesaro: dalle origini fino all'Ottocento
Benché la data certa di edificazione non sia documentata, lo stile e il confronto con altri edifici veneziani fanno risalire la costruzione di Palazzo Pesaro tra il 1460 e il 1480.
Voluto dal nobile e comandante navale Benedetto Pesaro (1433-1503), l’edificio sorge su un’area che dal XII secolo aveva ospitato prima una struttura religiosa e poi una casa-fondaco. Ampliato e modificato nel corso dei secoli, oggi rappresenta la più vasta costruzione privata del tardo gotico veneziano. Vanta alcune soluzioni di rilevante pregio, come le quattro grandi polifore che illuminano i piani nobili e la straordinaria lunghezza delle sale passanti, che superano i 43 metri di profondità collegando la facciata sul rio di Ca’ Michiel a quella su campo San Beneto.
Quando, alla fine del Seicento, il ramo maschile dei Pesaro di san Beneto si estinse, dal 1720 l’edificio andò in locazione. Fino al 1825 ospitò diverse realtà culturali, tra cui la Tipografia Albrizzi, l’Accademia degli Orfei e, in seguito, la Società Apollinea (prima del suo trasferimento al Teatro La Fenice).
Verso la metà dell’Ottocento, il catasto austriaco del 1842 certifica la profonda frammentazione del palazzo con la struttura suddivisa in circa venti nuclei abitativi di proprietà di diverse famiglie.
Da spazio in rovina a laboratorio d'arte: l'era di Mariano e Henriette
Il Palazzo versava quindi in uno stato di degrado e decadenza quando Mariano Fortuny y Madrazo, attratto da questa bellezza architettonica, vi entrò per la prima volta nel 1898 occupando l’ampio salone posto nel sottotetto e stabilendovi il proprio studio. Nel corso degli anni, acquisite le altre parti dell’immobile, nel 1899, nel 1900 e nel 1906, Fortuny, pazientemente ma con costanza, iniziò il lavoro di recupero dell’edificio.
Dopo un primo utilizzo dedicato alle sue sperimentazioni artistiche e scenotecniche, tra le pareti del grande salone dell’ultimo piano Fortuny ideò e costruì il primo modello in gesso del famoso dispositivo teatrale chiamato “Cupola”. Elesse quindi il palazzo a propria dimora e nel 1907 vi installò un piccolo laboratorio tessile assieme a Henriette Nigrin, conosciuta a Parigi agli inizi del Novecento, musa ispiratrice e compagna di altrettanta sensibilità artistica. Dopo pochi anni due interi piani del palazzo furono occupati dallo straordinario atelier per la creazione e la stampa di abiti e tessuti in seta e velluto. Mentre Mariano perfezionava i suoi studi e le sue invenzioni la moglie Henriette, con eccezionale dedizione, dirigeva il laboratorio.
Tra il Giardino d'Inverno e la biblioteca: le anime dell'atelier Fortuny
Il Palazzo Pesaro degli Orfei divenne ben presto una fabbrica. Ogni mattina, aperto il portone dal custode, gli operai e le operaie entravano nel piccolo cortile e, salita la scala scoperta, si disponevano nella sale dell’atelier.
Dal 1915 Mariano diede inizio alla decorazione parietale di uno dei luoghi magici dell’edificio: il giardino d’inverno e atelier di pittura al primo piano nobile. Un “giardino incantato”, animato da figure femminili, immagini allegoriche, satiri e animali esotici, inseriti in un originale contesto architettonico, avviluppati da motivi floreali e vegetali, da ghirlande e da grottesche. Al secondo piano installò la sua preziosa biblioteca, ricchissima di pregevoli volumi, trovando ispirazione nel ricordo dello studio d’artista del padre e nel vissuto personale d’arte. Arredò il salone al primo piano richiamando i seducenti bagliori dell’Oriente, evocando lo studio d’artista del padre e, al contempo, esaltando il proprio lavoro creativo con stoffe stampate di sua produzione, lampadari in seta, armature, antiche tappeti e mobili (oggi in parte dispersi).
Dagli anni Venti in poi Mariano proseguì incessantemente il proprio lavoro dedicandosi alla ricerca di nuove soluzioni per le scene teatrali, alla creazione di disegni per tessuti stampati, all’ideazione di nuove fogge per l’abbigliamento, mai dimenticando però la sua grande passione: la pittura. Chi, per raro privilegio, riusciva a varcare la soglia di quei saloni non poteva che riportarne una visione estasiata.
Il lascito alla città e la nascita del Museo Fortuny
Dopo la morte di Fortuny, avvenuta il 2 maggio 1949, l’edificio fu donato dalla moglie Henriette nel 1956 al Comune di Venezia per essere “utilizzato perpetuamente come centro di cultura in rapporto con l’arte; il salone centrale al primo piano dovrà conservare le caratteristiche di ciò che fu lo studio preferito di Mariano Fortuny y Madrazo, con le opere, i mobili e gli oggetti che vi si trovano attualmente; l’immobile dovrà essere denominato Palazzo Pesaro Fortuny”, come espressamente indicato nell’atto notarile.
L’Amministrazione cittadina di fatto ne ebbe pieno possesso nel 1965, alla morte di Henriette. Dieci anni dopo, nel 1975, finalmente si aprì al pubblico il Museo. Nel 1978 l’Amministrazione veneziana completò la proprietà acquistando l’Androne al piano terreno, conferendo finalmente integrità all’intero complesso.
Mariano Fortuny y Madrazo
Mariano Fortuny y Madrazo nasce a Granada nel 1871.
Figlio d’arte e assai presto inserito nel gran mondo parigino, compie innanzitutto studi pittorici.
Diciottenne si stabilisce a Venezia, ove frequenta circoli accademici e cenacoli artistici internazionali: tra i suoi amici Gabriele D’Annunzio, Ugo Ojetti, Eleonora Duse, Hugo von Hofmannsthal, la marchesa Casati, Giovanni Boldini, il principe Fritz Hohenlohe-Waldenburg.
Dopo un viaggio a Bayreuth, fortemente attratto dalla musica di Richard Wagner, volge i suoi interessi dalla pittura alla scenografia e all’illuminotecnica.
L’intento è quello di realizzare la piena unione tra significato ultimo della musica e pittura teatrale.
Nel 1900 realizza alcune scene e costumi per la prima assoluta del Tristano e Isotta alla Scala di Milano. Contemporaneamente inizia a prender corpo l’idea della “Cupola”, cioè quel sistema illuminotecnico complesso che libererà la scenografia teatrale dalle rigide impostazioni tradizionali mediante l’uso della luce indiretta e diffusa.
Dopo i primi consensi parigini, la rivoluzione di Fortuny si compie grazie alla mecenate contessa di Béarn: tra il 1903 e il 1906 il suo teatro privato viene dotato del nuovo sistema con luci indirette e proiezioni. Il successo è tale che l’AEG inizierà a produrlo per i maggiori teatri tedeschi.
Ma la creatività di Mariano cerca stimoli nuovi: inizia a creare stoffe e tessuti stampati, in sodalizio con Henriette, che sposerà nel 1924. Con lei crea Delphos, l’abito in seta plissettata che lo rende famoso in tutto il mondo.
Nel 1919 a Venezia, alla Giudecca, fonda la fabbrica per la produzione industriale delle sue stoffe in cotone e apre boutique nelle maggiori capitali europee.
Nel frattempo decora e illumina palazzi e musei in tutta Europa, riceve riconoscimenti e titoli onorifici. Non vengono meno, in questi anni sempre più intensi, l’interesse – e le commissioni – per il teatro e la scenografia. Sono di questi anni l’installazione della sua “Cupola” presso il Teatro La Scala di Milano e del 1929 l’applicazione del suo dispositivo scenotecnico per la realizzazione dei “Carri di Tespi” itineranti.
Degli anni Trenta sono altre invenzioni: dalla carta da stampa fotografica ai colori a “Tempera Fortuny” e agli interventi illuminotecnici sui grandi cicli pittorici veneziani di Tintoretto a San Rocco e di Carpaccio a San Giorgio. Sul finire del decennio, Mariano si ritira nella sua sfarzosa dimora di San Beneto, dove riprende lo studio della pittura e raccoglie le memorie della sua eclettica attività.
Muore nel 1949 e viene sepolto al Verano, a Roma, accanto all’illustre padre Mariano Fortuny Marsal.